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'Ricordo
che quel giorno ero a Ginevra per una conferenza sui rifugiati e volli
vedere cosa era successo, volai a Firenze. Arrivai alla Biblioteca
Nazionale attorno alle 5 del pomeriggio e guardai intorno all'area
alluvionata. Non c'era elettricità ed era stata messa una grossa quantità
di candele per avere la luce necessaria a salvare i libri. C'era un freddo
terribile, vidi gli studenti nell'acqua fino alla cintura. Avevano formato
una fila per passare tra i libri così potevano recuperarli dall'acqua e
quindi portarli in una zona più sicura per poterci mettere qualcosa che
li proteggesse. In ogni punto della grande sala di lettura c'erano
centinaia e centinaia di giovani che si erano riuniti per aiutare. Era
come se sapessero che l' alluvione della biblioteca stava mettendo a
rischio la loro anima.'
Queste
le parole del Senatore Edward M. Kennedy, poche ore dopo lo straripamento
dell'Arno a Firenze. La storica alluvione del 4 novembre 1966 che mise
in ginocchio la Toscana raccontata in questo articolo, tramite
testimonianze, documenti e ricostruzione delle mappe del tempo di quei
drammatici giorni.
Un'alluvione
che prese spunto già molti giorni prima di quella fatidica data, quando
l'autunno incominciò a fare sul serio in tutta Italia.
Siamo
nell'ultima decade di ottobre, e il Bel Paese respira ancora i profumi
di tarda estate, grazie a miti correnti di Libeccio che trasportano masse
d'aria tiepida dal Nord Africa e dal basso Mediterraneo verso nordest,
fino all'Italia settentrionale. Masse d'aria calda di provenienza
marocchina e algerina, che sono il preludio ad un pesante peggioramento
delle condizioni del tempo, non solo in Toscana, ma su gran parte
d'Italia.

25
ottobre 1966: distribuzione barica

25
ottobre 1966: nuvolosità
a 3000m (in blu la maggior compattezza)
L'Oceano
Atlantico, motore delle grandi depressioni autunnali ed invernali,
presenta già caratteristiche piuttosto fredde alle alte latitudini, con
l'aria di estrazione sub-polare che riesce a trovare i primi ampi varchi
della stagione verso sud, fino all'Europa.
La
vasta e dinamica circolazione vorticosa che viene a formarsi dalla
Scandinavia all'Inghilterra trova rapidamente una via di fuga verso sud,
fino alla penisola iberica e alla Francia settentrionale, dove mercoledì
26 ottobre si scaricano rovesci e forti piogge fortunatamente di breve
durata. Nel frattempo sull'Italia si fa strada la prima copertura
nuvolosa da ovest, con i versanti tirrenici che vengono già interessati
da qualche pioggia. Tempo 24 ore e l'azione del vortice atlantico si
allunga repentinamente verso sud, fino a generare un minimo secondario
all'altezza delle Alpi, verso il quale si dirigerà, nei giorni
successivi, una serie di perturbazioni richiamate dall'Atlantico e
ulteriormente alimentate in acque mediterranee.

27
ottobre 1966: distribuzione barica

27
ottobre 1966: nuvolosità
a 3000m

27
ottobre 1966: distribuzione termica a 1500m
E'
l'inizio del disastro, non tanto per l'intensità delle precipitazioni
che avrebbero caratterizzato le giornate immediatamente successive, quanto
per l'approfondimento e l'estensione di un'area depressionaria che
risulterà poi praticamente immobile per giorni e giorni.
E'
autunno, il tempo delle piogge, ed è normale che tra ottobre e novembre
possano esistere giornate propizie alle precipitazioni più abbondanti
dell'anno. Ma a tutto c'è un limite. Limite che è stato di gran
lunga superato nei giorni a venire, a causa dell'insistenza della
depressione sulla stessa zona. Ad ovest della penisola iberica l'alta
pressione delle Azzorre è tutta protesa verso nord fino all'Islanda.
Sul suo bordo orientale scorrono così le correnti fredde nord atlantiche
che si dirigono verso il Mediterraneo, trovando il percorso ideale
attraverso la Valle del Rodano, per venire subito risucchiate nel centro
depressionario che il 1° novembre agisce con il suo perno sul Golfo di
Genova. Ad est un anticiclone di blocco che spazia dal mediterraneo
orientale fino alla Russia, a sud della Scandinavia, in una posizione tale
da imprigionare letteralmente la depressione sull'Europa centrale,
costringendola così ad agire in continuazione sulle stesse regioni.

30
ottobre 1966: distribuzione barica

30
ottobre 1966: nuvolosità
a 3000m

30
ottobre 1966: distribuzione
termica a 1500m
Tra
l'1 e il 2 novembre è il Nordovest a ricevere i maggiori quantitativi
di precipitazioni, tanto da far crescere la portata del Po ai livelli di
guardia. Il primo pesante impulso perturbato si sposta alle soglie di
mercoledì 2 novembre sul Triveneto, dove va ad alimentare l'onda di
pena del Po che di li a poco sarebbe giunta. Ma il deflusso del fiume non
risulta ostruito alla foce e le sue acque hanno la possibilità di
disperdersi nell'alto Adriatico, come in una normale piena autunnale.

1°
novembre 1966:
distribuzione
barica

1°
novembre 1966:
nuvolosità a
3000m

1°
novembre 1966:
distribuzione
termica a 1500m
Siamo
al 3 novembre, e poco è cambiato nella circolazione atmosferica sullo
scacchiere europeo. L'alta delle Azzorre sempre ferma nella stessa
posizione, o poco più spostata verso ovest. L'alta di blocco sull'est
europeo ancora ad unire Mediterraneo orientale, Mar Nero e sud della
Russia. In mezzo la grande depressione, pronta a sferrare un nuovo pesante
attacco all'Italia. Nella notte tra giovedì 3 e venerdì 4 novembre un
profondo vortice di 1000hPa si 'stacca' dalla depressione principale
sull'Europa centrale e si genera ad ovest dell'Italia, accompagnando
un'intensa perturbazione che rende fradicia la notte al Nord e su tutte
le regioni del versante tirrenico. Pioggia incessante al Nord, neve
abbondante sulle Alpi anche sotto i 1000m, pioggia incessante anche in
Toscana, ben esposta a questo tipo di perturbazioni in arrivo dal Tirreno
e in risalita da sudovest a nordest, con l'Appennino Tosco-Emiliano che
blocca tutto e costringe i fronti a scaricare abbondanti quantitativi
d'acqua sui versanti tirrenici della dorsale. La neve che fino alle
prime ore di novembre cade sull'Appennino fino a 1000/1200m si trasforma
in acqua, tra il 3 ed il 4, fino a 1700/1900m, sciogliendo il fresco ed
abbondante strato accumulatosi nei giorni precedenti e andando ad
alimentare ulteriormente la portata dei corsi d'acqua. Firenze, proprio
sotto il muro del Mugello, si sveglia all'alba del 4 novembre invasa
dalle acque dell'Arno, alte fino a 11 metri, che straripano in più
punti ancor prima di entrare in città, dove riverseranno anche ben mezzo
milione di tonnellate di fango trasportato dai detriti.

4
novembre 1966:
distribuzione
barica

4
novembre 1966
mattino: nuvolosità
a 3000m

4
novembre 1966
pomeriggio: nuvolosità
a 3000m

4
novembre 1966:
distribuzione
termica a 1500m
Inizia
il peggio, perché le piogge continuano a cadere battenti per tutto il
giorno, scaricando fino a 400mm di acqua e allagando tutto il centro del
Capoluogo toscano, con il fronte sospinto da intensi venti da sud al
suolo, da sudovest in quota. Ma non va meglio neanche su altre regioni
d'Italia: la disposizione del minimo e della circolazione intorno ad
esso fa si che tutto il Settentrione si trovi nel mirino di piogge
costanti anche a carattere di nubifragio. A Venezia l'acqua alta segna
livelli record, con punte di 190cm, a causa del forte Scirocco che soffia
dall'altra parte dello Stivale e che impedisce ad un Po, in piena come
poche volte nella sua storia, di defluire nell'Adriatico. Sorte analoga
per altri corsi d'acqua del Nordest, come il Piave, l'Adige, il Brenta
e il Tagliamento, causa di frequenti straripamenti, con le città di
Trento e Venezia tra le prime a farne le spese.
Notizie
di dispersi, morti e feriti fanno il giro d'Italia, ma nella sola
Firenze il numero delle vittime ammonta a 39. Si apre la polemica: i dubbi
circa l'opportunità dell'apertura delle dighe e la possibilità di
previsione dell'evento fanno riflettere gli addetti ai lavori e non. Due
giornalisti del Sunday Times posero l'accento su come il fenomeno
potesse avere una prevedibilità di almeno otto ore. Vista l'acqua
fuoriuscita dalle dighe era facile immaginare che non riuscisse a passare
tutta sotto il Ponte Vecchio, il monitoraggio però fu lasciato in balia
di occhi poco prudenti e poco competenti ed ha consentito lo svolgersi
della tragedia.

5
novembre 1966:
distribuzione
barica

5
novembre 1966
: nuvolosità
a 3000m

5
novembre 1966:
distribuzione
termica a 1500m
Il
Senatore statunitense Edward Kennedy, a Firenze il giorno
dell'alluvione, commenta con queste parole: 'Ricordo
che quel giorno ero a Ginevra per una conferenza sui rifugiati e volli
vedere cosa era successo, volai a Firenze. Arrivai alla Biblioteca
Nazionale attorno alle 5 del pomeriggio e guardai intorno all'area
alluvionata. Non c'era elettricità ed era stata messa una grossa quantità
di candele per avere la luce necessaria a salvare i libri. C'era un freddo
terribile vidi gli studenti nell'acqua fino alla cintura. Avevano formato
una fila per passare tra i libri così potevano recuperarli dall'acqua e
quindi portarli in una zona più sicura per poterci mettere qualcosa che
li proteggesse. In ogni punto della grande sala di lettura c'erano
centinaia e centinaia di giovani che si erano riuniti per aiutare. Era
come se sapessero che l' alluvione della biblioteca stava mettendo a
rischio la loro anima. Ho trovato un'incredibile ispirazione nel vedere
questa generazione più giovane tutta unita in questo sforzo vitale. Mi
fece venire in mente la giovane popolazione degli Stati Uniti che rispose
con la stessa determinazione quando vennero coinvolti nel movimento per i
diritti umani. Avevo ancora i brividi quando salii sull'aereo che mi
riportava a Ginevra, ma non potevo smettere di pensare alla impressionante
solennità di quella scena - tutti quegli studenti dimentichi del freddo
pungente e dell'acqua fangosa, tranquillamente concentrati per la salvezza
dei libri alla lieve luce delle candele. Non lo dimenticherò mai'.

Firenze,
4 novembre
1966: foto dei
Vigili del Fuoco

Firenze,
4 novembre
1966: foto di
www.geologia.com
Altrettanto
allarmane la voce di Riccardo Conti, nel 1995 vicepresidente della
Provincia di Firenze, intervistato poco tempo fa: 'quando ci fu
l'alluvione io avevo 15 anni e seguii mio fratello maggiore che poi diventò
uno storico dell'arte. Fu lui che vide per primo il Cristo del Cimabue
distrutto in Santa Croce e ne rimase scosso. Io venni mandato a lavorare
alla Biblioteca Nazionale e alla Vieusseux per recuperare i libri
alluvionati. Ricordo la grande capacità di reazione dei fiorentini. Si
erano mossi tutti dai singoli individui alle parrocchie e i circoli. Ci fu
subito solidarietà tra i fiorentini. Come si sa la solidarietà chiama
solidarietà. E ricordo il terribile puzzo di nafta. Ricordo anche i
fischi che i volontari fecero quando arrivò l'allora Presidente della
Repubblica Giuseppe Saragat e il direttore della Biblioteca Nazionale,
Emanuele Casamassima, gli disse: <Presidente, ci lasci lavorare>'.
Queste alcune delle
testimonianze di una storica alluvione che solo in Toscana, in 36 ore, ha
scaricato più di 400mm e che ancora oggi, data la sua entità, è rimasta
nelle memorie di tutti, non solo fiorentini.
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