7 aprile 2014
ore 7:55
di Manuel Mazzoleni
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Misure Gps lungo la faglia che ha causato il terremoto in Cile nel febbraio 2010 (fonte:GFZ)
Misure Gps lungo la faglia che ha causato il terremoto in Cile nel febbraio 2010 (fonte:GFZ)
L’acqua è in grado di provocare grandi terremoti. E’ quanto si evince da uno studio condotto dall’università di Liverpool e di recente pubblicato sulla rivista Nature Geoscience. Secondo i ricercatori, l’acqua intrappolata al confine tra due placche ha un’influenza cruciale nel processo che innesca i terremoti, come nel terremoto del 2010 che ha colpito il Cile con una magnitudo di ben 8.8.

Analizzando proprio questo sisma i ricercatori hanno combinato osservazioni da Gps, interferometria radar, analisi delle rocce, con cui è stata realizzata una mappa dettagliata del confine delle placche del Pacifico e del Sud America, in cui è avvenuto il terremoto.

Secondo gli autori per la prima volta è stato mappato, a una risoluzione senza precedenti, la distribuzione della pressione dell'acqua tra due placche, mostrando che questa controlla l'accumulo e il successivo rilascio di energia sismica. È stato scoperto che accumulo e successivo rilascio di energia sismica sono promossi dalla pressione del fluido nei pori delle rocce poste in profondità.

Nel caso del terremoto del Cile la variazione di pressione dell'acqua nei pori è collegata all'acqua oceanica accumulata in una zona di frattura nella placca del Pacifico. Quando questa è scivolata sotto la placca del Sud America, l'acqua intrappolata al confine della placca sovrastante ha fatto aumentare la pressione dell'acqua nei pori delle rocce. Questo processo, che ha preceduto il terremoto del Cile, secondo gli autori, è responsabile dell'elevata intensità del sisma che si è verificato e del conseguente tsunami.

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