Osservare dei capannoni industriali accartocciarsi come un castello di carte sotto l'azione delle scosse sismiche fa un certo effetto, soprattutto in una zona come quella del modenese e ferrarese, dove la progettazione di strutture richiede il rispetto dei criteri antisismici. Non siamo ai livelli delle aree più sensibili dell'Appennino, ma stiamo parlando di una zona dove il calcolo strutturale, richiede l'utilizzo di un coefficiente di accelerazione massima in considerazione delle sollecitazioni sismiche, con valori compresi tra 0,100 e 0,175 g, massimo valore in Italia è di 0,300 g (ordinanza PCM del 28 Aprile 2006).
In attesa di ulteriori accertamenti che confermino o meno l'ottemperanza dei criteri di costruzione antisismica, si nasconde sulle pianure emiliane un insidia che nasce dalla storia geologica dei suoli. La zona colpita dal terremoto presenta una stratigrafia tipica dei depositi alluvionali, con uno strato superficiale a granulometria sabbiosa piuttosto recente risalente all'Olocene (non più antichi di 10000 anni).
Questa configurazione ben si presta, in opportune condizioni, alla manifestazione del fenomeno della liquefazione. La liquefazione determina l'annullamento della resistenza alle sollecitazioni di taglio del terreno, che si comporta pertanto esattamente come un liquido. Il fenomeno riguarda i terreno sciolti, in genere sabbiosi e saturi (proprio come quelli emiliani), per incremento delle pressioni interstiziali sotto l'azione delle forze sismiche. In questo specifico caso, anche una struttura realizzata con criteri antisismici, si troverebbe fondata su un terreno liquido, con resistenza alle forze di taglio nulla, condizione che provocherebbe l'immediato collasso.
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