18 settembre 2022
ore 2:42
di Carlo Migliore
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 Per tutti

I recenti e tragici eventi alluvionali che hanno colpito le Marche con tante vittime e dispersi hanno riportato alla luce il problema delle allerte meteorologiche. Per la zona disastrata di Pesaro Urbino e Ancona era stata diramata un'allerta di colore giallo quindi con potenziali criticità di tipo ordinario ma come sappiamo è andata diversamente. 400mm di pioggia caduti in 6-7 ore nella zona di Cantiano hanno causato una catastrofe e ora si punta il dito contro chi avrebbe dovuto prevederla, ma era davvero prevedibile?. Forti temporali erano effettivamente attesi ed in previsione c'erano anche delle potenziali criticità ma nulla che lasciasse presagire l'insistenza dei temporali, in gergo autorigeneranti, per tutte quelle ore di seguito sulla stessa zona. 

E qui si arriva al nocciolo della questione, come mai i modelli meteorologici non avevano correttamente interpretato la dinamica atmosferica dei temporali autorigeneranti? Purtroppo, nonostante le previsioni abbiano fatto enormi passi in avanti negli ultimi anni, non si riesce ancora a prevedere un fenomeno di questo tipo in quanto sfugge per caratteristiche ma soprattutto per la sua ridotta estensione areale anche al più complesso dei modelli di calcolo. E' possibile ipotizzare l'accadimento di fenomeni potenzialmente pericolosi su larga scala ma non è possibile farlo per zone di piccole dimensioni. 

Nel caso in questione si considerino i 400mm circa caduti a Cantiano mentre nelle zone limitrofe anche a poche decine di chilometri di distanza, gli accumuli pluviometrici sono drasticamente minori, addirittura nell'intera giornata a San Giustino a 30km circa sono caduti solo 3mm di pioggia, meno di 2mm a Pesaro ma anche nelle zone strettamente vicine al luogo del disastro ci sono quantitativi che da soli non avrebbero potuto causare la tragedia. Si è trattato di un evento che ha coperto un'area di non più di una ventina di chilometri quadrati. Un imprevisto estremo, non ipotizzabile!

E' un po' come quando si esce la mattina per andare al lavoro supponendo delle situazioni "normali" e poi l'imprevisto, l'incidente sulla tangenziale, una ruota bucata o quant'altro possa sfuggire alla norma, ci impedisce di arrivare in orario in ufficio. Non ci sono pensieri per quanto sofisticati che possano valutare l'imprevedibile. Ora, si potrebbe uscire la mattina di casa considerando anche le ipotesi impreviste peggiori e arrivare in ufficio con un'ora di anticipo ogni giorno ma chi lo farebbe? E allora immaginate di dover allertare ad ogni ondata di temporali previsti su una regione o una parte d'Italia centinaia di migliaia o milioni di persone nella denegata ipotesi che da qualche parte in quella zona avvenga il peggio, il costo sarebbe insostenibile assieme allo stress emotivo di chi sarebbe coinvolto con il rischio poi di ottenere alla lunga il risultato contrario perdendo drasticamente in credibilità, il famoso "Al lupo, al lupo" della favola di Esopo.

Le previsioni e di conseguenza anche le allerte non possono darci di più di quello che ci danno, sono calcolate su macro aree e per giunta statisticamente, non c'è altro modo per arrivare ad una plausibile valutazione di effetti e la statistica ha molti limiti in quanto non è una scienza esatta anche se utilizza la matematica che invece lo è. C'è una dicotomia imprescindibile nelle previsioni del tempo, una base matematica che restituisce però un valore statistico. E quel valore statistico è quello che ogni giorno vedete sulle vostre app meteo; la pioggia, il sole, il temporale, la neve, eventi che vengono calcolati in funzione della loro probabilità di accadere, probabilità non sarà mai uguale a certezza. A questo si aggiunge l'estrema eterogeneità del territorio italiano tra valli, pianure, colline, Appennino e Alpi nel bel mezzo di una mare caldo come il Mediterraneo

Infinite  variabili in gioco, migliaia delle quali vengono già considerate rispetto alle previsioni di 30 anni fa ma che sono ancora insufficienti per avere un risultato perfetto. E c'è poi un discorso più ampio legato alla fragilità del territorio, se le case costruite male non resistono ai forti terremoti, gli alvei di fiume cementati o tombati, le costruzioni sui margini fluviali, la deforestazione e chi più ne ha più ne metta, sono senza dubbio fattori predisponenti le catastrofi idrogeologiche. Questa è la verità che ognuno dovrebbe considerare; siamo, con tutta la tecnologia di cui disponiamo, più tutelati ma ancora molto vulnerabili.


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