25 giugno 2020
ore 23:51
di Carlo Migliore
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 Per tutti

AMBIENTE: Ancora una notizia allarmante, il mercurio ed alcuni sui composti organici tossici come il metil-mercurio, capace di fissarsi all'interno dei tessuti animali e vegetali, è stato ritrovato negli oceani a profondità assolutamente inaspettate.  Lo dimostrano le tracce del metallo riscontrate negli abissi della fossa delle Marianne a ben 9.7 chilometri di profondità da due ricerche indipendenti.

La notizia è stata data durante la Goldschmidt Geochemistry Conference dagli esperti dell'Università cinese di Tianjin, che hanno esplorato e analizzato le acque oceaniche abissali. "Si è trattato di una vera sorpresa a una profondità così elevata, alcuni studi precedenti avevano stabilito che il metil-mercurio può accumularsi entro poche centinaia di metri dalla superficie dell'acqua, garantendo la sicurezza della fauna marina che abita le profondità dell'oceano. Le nostre ricerche dimostrano però che questo potrebbe non essere vero", afferma Ruoyu Sun dell'Università cinese di Tianjin. "Il mercurio nelle acque oceaniche diventa metil-mercurio, la forma organica dell'elemento, che potrebbe essere più pericoloso per via di un processo noto come 'bioaccumulo', per cui i pesci più piccoli si nutrono della sostanza tossica, che poi viene assimilata dagli animali più grandi che si nutrono dei pesci piccoli, finché le sostanze tossiche non raggiungono la nostra catena alimentare", spiega l'esperto, aggiungendo che il mercurio può essere implicato in catastrofi ambientali e particolarmente dannoso durante lo sviluppo dei feti.

Un team americano ha invece analizzato pesci e crostacei provenienti dalla Fossa delle Marianne e da quella di Kermadec vicino alla Nuova Zelanda, che raggiunge i 10 km di profondità. "I nostri dati indicano la presenza di mercurio nelle specie che abitano in acque profonde. La sostanza potrebbe aver raggiunto gli animali oceanici grazie alle piogge", sostiene Joel Blum dell'Università del Michigan che ha guidato le spedizioni.  "Il mercurio viene introdotto nell'ambiente da una varietà di fonti naturali come eruzioni vulcaniche e incendi boschivi, ma le attività antropiche, come la combustione, l'estrazione e la produzione di carbone e petrolio, sono responsabili di gran parte della sua diffusione", commenta Ken Rubin dell'Università delle Hawaii. "Ora, grazie a questi studi, sappiamo che il mercurio può raggiungere anche i punti più remoti del pianeta. Abbiamo un'ulteriore conferma del profondo impatto che l'attività umana può provocare", concludono i ricercatori.


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