19 gennaio 2012
ore 9:21
di Daniele Berlusconi
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1 minuto, 31 secondi
 Per tutti

In questi giorni si fa un gran parlare di neve chimica e di galaverna. Ma come si formano questi due fenomeni e quali sono le differenze?



La condizione necessaria per il verificarsi di tali eventi è la presenza di uno strato di aria molto freddo al suolo

, tale da formare inversioni termche e nebbie abbastanza diffuse, spesse e persistenti, associate a temperature al di sotto dello zero.



In qesto modo le goccioline in sospensione allo stato liquido e sopraffuso che formano la nebbia, tendono facilmente a formare anche la

Galaverna

o la Calabrosa (comunemente chiamata

nebbia congelentesi

). Soprattutto in caso di deboli brezze, le goccioline impattano con le superfici, sopratutto verticali (alberi, tetti, ecc), e vi rimangono attaccate passando dallo stato liquido sopraffuso allo stato solido con la

formazione dei caratteristici cristalli di ghiaccio

.


 
La “neve chimica” invece, al contrario della galaverna, è una precipitazione vera e propria e ha origine quando nell’aria si trovano presenti particelle solide microscopiche o naturali (sali, silicati), o più frequentemente industriali (solfuro di rame, ossido di rame, ioduri di mercurio, di piombo o di cadmio), che fungono da nuclei di condensazione. In tal modo le goccioline sopraffuse, che formano le nebbie o le foschie, attratte dai nuclei di condensazione, congelano su di essi, formando cristalli di ghiaccio in sospensione. Anche in questo caso le brezze favoriscono gli scontri tra i cristalli, inizialmente microscopici, che si accrescono diventando sufficientemente pesanti da precipitare al suolo, proprio come nel caso della “neve tradizionale”. Al contrario delle normali nevicate, in questo caso si tratta di fenomeni estremamente localizzati e irregolari, con accumuli che al più fino a 4-5 cm in una zona molto limitata.

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