Il ciclone Harry passerà, come passano tutte le tempeste. Ma su Calabria, Sardegna e Sicilia ha lasciato il segno con un evento estremo, per certi versi storico; non è stato solo 'maltempo', è stato un evento multi-rischio, tra pioggia, vento e mare. In molti tratti costieri non si è trattato di acqua alta o di qualche spruzzo, si è trattato di onde capaci di spazzare vie marine, superare barriere, entrare nelle case e costringere a evacuazioni. Quando succede questo, non siamo più nel campo del disagio, siamo nel campo dell'impatto (forte) diretto.
Dal punto di vista meteorologico, Harry è stata la combinazione tra un ciclone extratropicale ben organizzato e un forte gradiente barico, cioè una differenza di pressione capace di mantenere vento intenso e persistente. E quando il vento non soffia a colpi, ma spinge per ore, il mare accumula energia. Se l'energia è tanta, il mare non colpisce una volta, colpisce ripetutamente, per ore. È questa persistenza che trasforma una mareggiata in un fenomeno distruttivo.
Chiamarlo medicane o non chiamarlo medicane non cambia le onde, né i 500 mm, né tanto meno le evacuazioni. Quello che conta è la dinamica che lo ha reso così intenso e soprattutto così persistente. Il problema non è l'etichetta di Harry, ma il meccanismo e l'impatto. E il clima può predisporre il contesto, rendendo più favorevoli alcuni ingredienti, come energia e umidità disponibili, quando gli altri fattori si combinano.
La priorità è ripartire.Tempeste come Harry non mettono alla prova solo le nostre infrastrutture, ma anche la nostra capacità di distinguere il maltempo dall'estremo; perché eventi del genere passano, ma prima o poi tornano. E quando tornano, contano consapevolezza e preparazione, in un contesto climatico che non è più quello di una volta.