L'inverno è iniziato, ma su gran parte delle montagne italiane la neve continua a mancare. A metà dicembre il bilancio nivologico nazionale mostra un forte scostamento rispetto alle medie storiche, con una riduzione superiore al 60% delloSnow Water Equivalent, l'indicatore che misura la quantità di acqua immagazzinata nel manto nevoso.
Dopo alcuni segnali incoraggianti a fine novembre, l'inizio di dicembre è stato caratterizzato da temperature insolitamente elevate e precipitazioni scarse. Questo ha interrotto l'accumulo della neve, soprattutto alle quote medio-basse, rendendo il manto discontinuo. Anche i principali bacini alpini presentano valori nettamente inferiori alla norma, mentre la situazione appare ancora più critica lungo l'Appennino, dove la neve è stata spesso sostituita dalla pioggia.
Al momento fanno eccezione solo le Alpi più occidentali, più volte interessate da nevicate anche consistenti e a quote basse tra il settore ligure e quello marittimo, l'ultima delle quali risalente proprio all'inizio di questa settimana.
La carenza di accumuli non è solo un problema stagionale. La neve rappresenta una riserva fondamentale per l'alimentazione di fiumi, falde e invasi durante primavera ed estate. Un inverno povero di neve aumenta quindi il rischio di difficoltà idriche nei mesi caldi, soprattutto se le piogge primaverili non riusciranno a compensare il deficit.
Emblematico il caso delle Dolomiti, dove il mese di dicembre sta mostrando caratteristiche quasi autunnali. In molte località la neve è assente o fortemente sotto media, con un deficit che supera localmente il 70% e un'ultima nevicata significativa risalente a fine novembre. Temperature molto elevate per il periodo e uno zero termico spesso oltre i 3000 metri stanno impedendo nuovi accumuli.