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Progetto Maristanis, come far condividere economia e natura nelle aree più delicate d'Italia

Un nuovo progetto di sostenibilità nato in Sardegna, i dettagli.
Pubblicato da
in data
24/10/2022 - 09:21
5 min. di lettura
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Il progetto Maristanis, per condividere economia e natura
Il progetto Maristanis, per condividere economia e natura
Per una gestione integrata del territorio, dove economia e società incontrano natura e lotta ai cambiamenti climatici, serve sempre più un approccio sistemico. Uno dei progetti più interessanti per la gestione integrata di aree naturali sensibili e sviluppo è l'esperienza del progetto Maristanis, nell'oristanese, in Sardegna, lanciato dalla Fondazione MEDSEA nel 2017. Maristanis affronta in maniera sistemica una serie di sfide: dall'uso efficiente delle risorse idriche alla tutela delle specie protette e degli habitat, dalla valorizzazione del patrimonio culturale alla gestione integrata delle zone umide costiere, passando per lo sviluppo dell'agroalimentare e del fiorente turismo costiero. 
Uno degli architravi del progetto, spiegano gli ideatori, è stato mettere insieme una serie disparata di attori (Regione, Provincia, i 10 comuni del territorio, il consorzio di bonifica, le associazioni locali) e coordinarli attraverso un Contratto delle Zone Umide marino-costiere dell'oristanese, un documento multistakeholder pensato come accordo quadro. «Un vero processo partecipato per evitare istanze di conservazione ambientale calate dall'alto, basato sulla spiegazione dell'importanza della tutela ambientale e del paesaggio, e la ricerca di soluzioni condivise», spiega Vania Statzu, della fondazione MEDSEA che segue il progetto fin dal suo inizio. 
Il Contratto è stato sottoscritto da tutte le parti il 5 febbraio 2021, ma il processo è iniziato già nel 2017, coinvolgendo i settori produttivi dell'agricoltura, della pesca, le associazioni locali e le imprese turistiche verso l'adozione di modelli virtuosi. Oggi ha raggiunto la piena applicazione, candidandosi a diventare un modello per tante altre zone d'Italia, dove aree naturali e attività economiche si scontrano inevitabilmente. 
La zona del Campidano Oristanese è particolarmente sensibile, essendo una delle più grandi aree umide d'Italia. Negli stagni della zona trovano riparo fenicotteri, gruppi di volpoche e gru, a contatto con le risaie della zona di Oristano, gli stagni salmastri dove si pesca anche il famoso muggine(da cui si produce la bottarga)e le anguille (quasi estinte). Poco più in la trovano spazio le spiagge di quarzo della costa, che offrono opportunità di lavoro nel settore del turismo e per i professionisti del surf che si aprono su immense foreste di Posidonia oceanica che costellano il Golfo di Oristano. «È un area di grandissima importanza dal punto di vista ambientale e umano», spiega Vania Statzu. «Ma che si scontra con lo sviluppo antropico, il turismo, la pesca, l'agricoltura e gli insediamenti che da sempre hanno cercato una complessa convivenza con questi spazi lagunari». Camminare lungo la strada che porta alla Torre Vecchia di Marceddì, si dice voluta da Filippo secondo, oggi diventata osservatorio delle zone umide e centro di educazione recentemente restaurato con i fondi di MEDSEA, fa capire la complessità e la vastità dell'area. 
Se da un lato si promuove il birdwatching e il ciclo turismo, dall'altro si deve garantire la pesca, uno dei settori alimentari chiave del territorio.«Le attività marine sono molto importanti e il progetto di Maristanis cerca di trovare un equilibrio tra natura e economia, in ottica circolare e rigenerativa», continua Statzu. «Ad esempio Nieddittas, uno dei principali produttori di cozze di Oristano, che già usa gli scarti della produzione per gli allevamenti di orate, evitando di creare rifiuto, ha impiegato i gusci delle cozze, che sono composti di carbonato di calcio, per realizzare alcune isolette-santuario nella laguna». Gli stessi gusci di cozze, sono stati usati, per la realizzazione del primo prototipo di una serie panchine che andranno ad arredare uno spazio urbano a Terralba, frutto del lavoro dei Blue Eco Lab, laboratorio congiunto-Nieddittas, MEDSEA e Università di Cagliari-che ricerca soluzioni di design nell'economia circolare dagli scarti della mitilicoltura. 
Un altro esempio è la gestione integrata del reticolo idrico per permettere sia l'agricoltura, che la pesca in aree salmastre che contenere l'ingresso eccessivo di acqua salata. Alessandro Porcuè uno dei membri Cooperativa pescatori Sant'Andrea presso lo stagno di S'Ena Arrubia, un tempo tra i più produttivi, nota soprattutto perla bivalve. «Ma la salinizzazione delle lagune ha portato grande instabilità. Tra anossie, cioè quando le alghe rubano tutto l'ossigeno, e le esondazioni di acqua dolce, negli ultimi tre anni abbiamo subito gravi morie», spiega Alessandro.«I rapidi cambiamenti di salinità fanno morire vongole, orate, gamberetti e ora temiamo anche perle ostriche che abbiamo deciso di piantare».Per fare questo il progetto Maristanis ha investito in molte tecnologie e soluzioni. «Abbiamo investito in agricoltura e irrigazione di precisione», racconta l'economista ambientale della fondazione«usando droni con telecamere multi spettrali per capire esattamente quanta acqua e fertilizzanti possono servire in una determinata porzione di campo, riducendo i consumi».
Concretamente si tratta di milioni di litri in acqua in una singola stagione risparmiati e meno contaminazione degli stagni. E si capisce bene che quando la siccità bussa alla porta meglio essere preparati. Al punto che i risicoltori hanno visto un aumento della resa, come Carlo Ferrari, produttore dell'eccellente Riso I Ferrari, uno dei migliori dell'isola. «Un'altra azienda, Falchi, ha diversificato le colture destinandoli alla coltivazione biologica di lavanda e altre essenze che resistono particolarmente al cambiamento climatico, e richiedono poche risorse idriche». Sono molteplici le tecnologie testate per capire quali sono le più efficienti e più convenienti, al punto che è nata anche una start-up realizzata dal giovane Andrea Liverani proprio per usare i droni per un'analisi specifica molto dettagliata. 
In questo modo si riesce ad avere una dimensione iper-sistemica del territorio, che integra politiche di sviluppo economico, gestione resiliente dell'acqua, efficientamento dell'agricoltura sia dal punto ambientale che aziendale. Un altro sotto-progetto, sviluppato nello stagno di Sal'e' Porcus consiste nella piantumazione di giunchi e altre piante palustri, per proteggere le specie avicole (che contribuiscono a limitare il numero di parassiti in agricoltura) e fornire giunchi, tradizionalmente utilizzati nell'arte dell'intreccio. Nella vicina San Vero Milis,isa scrarìa, i manufatti intrecciati, un tempo famosi in tutta la provincia stanno tornando come lavoro artigiano. Si possono vedere i manufatti nel Museo dell'Intreccio "Casa Ramsar", una tipica casa Campidanese dove è possibile osservare vecchi setacci per la farina, intrecci in falasco e altri antichi oggetti realizzati dai maestri dell'intreccio. 
Infine c'è anche un club delle imprese che sostengono il progetto Maristanis, il Club Friends of Maristanis. Un modo per coinvolgere la popolazione e trasmettere i valori della sostenibilità e della bioeconomia circolare. Un modello che già oggi viene studiato ampiamente anche dall'estero, che viene replicato in altri progetti europei Interreg, specie per le aree umide, troppo spesso terre neglette. Insomma, un bel caso studio da esportare e far capire, come in ottica sistema si può trovare una soluzione nel dilemma tra natura e sviluppo economico.
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