Ambiente - Il Sahel ritorna fertile grazie alle antiche tradizioni di preservazione dell'acqua delle popolazioni indigene
I problemi legati al riscaldamento globale rappresentano ormai il presente della nostra vita. Il cambiamento climatico espone porzioni sempre più ampie del nostro Pianeta alla desertificazione e i rifugiati climatici sono in aumento. Ma la fuga non è sempre la soluzione e ce lo dimostra ciò che sta accadendo nella regione sahariana nota col toponimo di Sahel, una lunga fascia semi desertica lunga 8000km che va dal Senegal al Gibuti dove la desertificazione avanza di anno in anno. Qui le iniziative delle popolazioni locali si sono affiancate ad un grande progetto noto come "la grande muraglia verde" iniziato nel 2008 che si prefiggeva di piantare milioni di alberi come una barriera fisica, per arrestare l'avanzata del deserto. I risultati di questa sinergia sono sorprendenti.
Mentre il progetto di piantumazione su larga scala continua, non privo di inceppi causati soprattutto dalle tensioni geopolitiche tra gli Stati, la riscoperta di antiche tecniche di gestione della poca acqua presente nel territorio da parte delle popolazioni locali ha messo in condizione nel solo Niger mezzo milione di persone di ritrovare l'autonomia. Il sistema è semplice ma incredibilmente efficace: invece di lasciare che l'acqua scorra via durante le rare ma intense piogge stagionali, metodi di scavo come le "mezzelune" e le "buche zai", permettono al terreno di assorbirla gradualmente. Le piante hanno così il tempo di svilupparsi e crescere, creando un microclima più favorevole che a sua volta favorisce ulteriore crescita vegetale. Il risultato è un circolo virtuoso che migliora progressivamente la qualità del suolo.
Soluzioni efficaci e semplici che arrivano dal passato, dalle antiche tradizioni dei popoli tramandate attraverso le generazioni. La speranza è che questo approccio possa essere replicato in altre regioni che affrontano sfide simili.